Sali sul palco, da solo. Abbracci la tua chitarra battente e vai per il tuo viaggio. Hai solo quella, lo sgabello accorciato da pianoforte e il borotalco per le mani bagnate dalle serate umide, per non farle attaccare alle corde. Nessun accrocco digitale, niente pedali o volumi, neanche la scaletta dei brani e nemmeno l’asta del microfono a coprire la scena.
Chi mi conosce sa che amo condividere il palco, mi diverte scambiare complicità e spingere verso la profondità dell’arte. Ho avuto varie formazioni — in duo, trio, quartetto, in orchestra — ma quest’anno è stato differente. Con l’album Onde d’urto ho voluto resettare il mio mondo interiore. Un po’ come facevo a vent’anni: una chitarra e un aereo per l’Andalusia con il biglietto di sola andata.
All’inizio non è stato facile. Prima eri abituato ad appoggiarti alla complicità dei tuoi compagni, soprattutto nei momenti difficili. Ma poi accade la magia: trovi il flusso… e cambia tutto. Ad un tratto chiudi gli occhi, il pubblico diventa l’acqua del tuo mare e inizi a planare come un surfista matto, matto da legare.
I brani mutano di significato, diventano grandi piattaforme su cui giochi fino ad entrare in trance senza accorgertene. Un brano da 4 minuti arriva a durarne 10. Mi piace questa dimensione, la sto gustando perché puoi lasciarti andare, ritrovarti quando meglio credi e portare il pubblico con te con una libertà totale. Non dico che con il gruppo non succeda, sto dicendo che è diverso.
Provate a immaginarvi con i vostri migliori amici a Parigi. Non tutti vorranno andare nello stesso posto e qualcuno si dovrà accontentare. Se sei da solo fai ciò che ti pare, ma serve una predisposizione interiore, sapendo che nelle difficoltà puoi contare solo su te stesso. Tutto questo non cancella l’esperienza fatta con gli altri, che rimane fondamentale: salire sul palco insieme e abbracciarsi a fine concerto è un’emozione insostituibile che prima o poi riprenderò.
Ma “La Solitudine del Solista” è il mio punto fermo oggi, perché ti costringe a fare i conti con te stesso e basta. È un viaggio interiore fortissimo e per adesso ho voglia di continuare così — sapendo che una cosa non esclude l’altra.
Scendi in basso, abbracci la tua “Solitudine del Solista” e risali per vedere il mondo con i suoi condizionamenti. E allora torni giù e pensi a Mario Murolo e Mia Martini… scinne cummè… È una scelta consapevole, ma sta portando risultati straordinari. Più di una persona, a fine esibizione, mi ha detto che questo concerto è stato una vera cura per l’anima: e per me non c’è soddisfazione più grande.
Grazie a tutti



